Software ancora software

Uno dei temi che mi piacerbbe discutere qui e domani alla giornata fiorentina che andrà anche in streaming (http://www.intoscana.it/ dalle 15.00) è quello degli strumenti per la costruzione delle risorse. La gestazione di archimista e la dipartita di sesamo rendono un pò più urgente per molti operatori sul territorio la questione credo…

D’altra parte la speranza rimane sempre quella di un mercato che consenta di scegliere sulla base delle proprie esigenze (e magari anche delle tipologie di intervento) rinunciando a qualsiasi tentazione dirigista.

Dove sarei dirigista è nel pretendere che ogni prodotto generi banche dati che sia possibile svincolare agilmente dal prodotto stesso e pubblicare altrettanto agilmente indipendentemente dal prodotto stesso…

 

Precedente Inaugurazione museo della Scuola "Paolo e Ornella Ricca" Successivo Giornata internazionale degli archivi

7 thoughts on “Software ancora software

  1. Pingback: Perché un modello concettuale per gli archivi può essere utile « Frammenti Semantici

  2. ArchiPierlu il said:

    caro Salvatore, hai ragione, certo, ma l’ottimo è nemico del buono…
    Metodi come Heat maps e quantità come 100 utenti (e elettroencefalogrammi, e focus con gadgets, e esperti di usabilità, e chi più ne ha più ne metta…) non li adotta praticamente nessuno, in campo documentario, salvo forse la LoC ed Europeana.
    Basterebbe poco, invece: convocare ad un focus group amichevole ma rigoroso qualche utente abituale delle sale di studio, lanciare un questionario a distanza per un target af/fidato, anche solo fare qualche domanda in modo sistematico agli amici non coinvolti…
    Temo che il problema sia che i soldi siano finiti perché sono stati spesi con molta generosità e concentrandosi sui contenitori piuttosto che sulla qualità effettiva e sulla sostenibilità del servizio (pubblico), ahimé.

    • Sono d’accordo, l’ottimo è nemico del bene… E’ quasi un credo per me.

      Ma siamo sicuro di ciò che sia bene? Giusto per evitare di buttarsi sull’inutile (o peggio sul dannoso) perché ci appare un “bene” fattibile.

      La sparo grossa, il pluricitato ” What Users and Librarians Want” di OCLC (uno degli studi che io ritengo inquinato da correlazioni spurie) secondo me tanto bene non è stato, visto che ha determinato una precisa direzione nello sviluppo di discovery tools che non mi pare (ma sono tutte opinioni personali) abbiano dato un granché

      La sparo ancora più grossa: studi teorici volti a determinare quali siano le azioni degli utenti (task) per poi determinare i requisiti funzionali per descrivere qualcosa (qualcuno ha detto FRBR?) tanto bene non hanno fatto. Almeno finora. Almeno alla casalinga di Voghera che cerca un libro.

      Tornando ai nostri archivi in rete, un utente abituale delle sale studio è un buon target per tirare fuori delle user stories? Boh forse sì o forse no. Di certo interrogando lui non stiamo cercando di raggiungere quella grossa fettazza di utenti (anche storici più o meno conclamati etc) che pensa che l’inventario sia una lista tipo ce l’ho ce l’ho mi manca 😉

    • ArchiPierlu il said:

      caro Salvatore, la discussione si fa più “tecnica”, forse un po’ oltre le ambizioni di questo blog.
      In ogni caso, di certo le teorie devono supportare i cambiamenti e le pratiche sostenerli. Io non sostenevo certo che interrogando gli utenti delle sale di studio si sappia tutto sugli utenti dei sistemi informativi on line, ma almeno si sa che pensano gli utenti delle sale di studio, al di là dei “sappiamo bene” “ovviamente” e “li conosciamo”. Ogni ricerca scientifica basata su campioni deve partire dai suoi limiti, certo, ma il fatto che abbia – per definizione – dei limiti non giustifica un rifiuto di questo metodo per migliorare i servizi.
      I pescatori di documenti poi sono, e sono da conoscere e soddisfare sempre meglio, sia nelle sale di studio che dietro le form di ricerca e le raffinate articolazioni delle unità descrittive logico-gerarchiche che ci affanniamo a progettare. Io, prima di mettermi a giocare coi SIA, sono stato 14 anni dietro ad un bancone, a prelevare il materiale e a fare fotocopie in una sala di studio: di esperienza ne ho raccolta, direi, ma non mi sento proprio di poter dire onestamente di “conoscere” tutti gli utenti di tutti i tempi di tutti gli archivi. Ma ho sentito più volte con le mie orecchie che qualcuno dei nostri colleghi , invece, possiede questa facoltà conoscitiva (alle volte, acquisita dietro una scrivania di coordinamento nazionale).
      Per questi motivi, insisto, le ricerche sugli utenti vanno fatte, e anche tante, piccole e grandi, mirate o geenriche, semplici e complesse, a campione o censuarie, a distanza e in presenza, con umiltà e curiosità sincere, essendo disposti ad incrociare i risultati e i metodi con altri, per assestare una base di conoscenza che possa aiutare ad imprimere quel colpo d’ala che mi pare proprio serva, di certo in Italia, alla qualità complessiva dei sistemi informativi archivistici on line (e dietro di essi, ai software per creare e strutturare le informazioni, e dietro ancora alle competenze degli archivisti vecchi e nuovi).

      Non mi piace farmi pubblicità, ma segnalo comunque volentieri un volume appena uscito in Inghilterra, da me co-curato, che fa il punto aggiornato sugli studi sugli utenti, al di là di ogni teoreticismo ma con un’otica molto concreta, User studies for digital library development, Facet publishing, London.

  3. ArchiFede il said:

    Mi sembra che ieri per quanto no si parlasse nello specifico di sw questi temi siano venuti fuori e siano stati condivisi. Naturalmente concordo con quanto scrivete. Quanto alle risorse è vero sono finite (e adesso sì che si rimpiange davvero qualche eccessiva “liberalità” del passato frutto di politiche progettuali non proprio coerenti…) ma probabilmente se l’esigenza viene fuori con forza, dalle pieghe di ciò che rimane si potrà ritagliare nei diversi progetti (a cominciare da san e assimilati) qualche euro da destinare a ciò. Forse rinunciando a due concerti una mostra che non vede nessuno si potrebbe rendere un servizio. Quanto alle aziende che producono sw se esistessero dellelinee guida di certificazione/qualità capaci di imporre come criterio di validazione del sw anche test sugli utenti credo che l’investimento potrebbe essere fatto

  4. Salvatore Vassallo il said:

    Perché non si investono praticamente mai, salvo eccezioni nordamericane, un po’ di tempo e di risorse per chiedere agli utenti cosa capiscono e come usano le banche dati archivistiche comunicate tramite ambienti web?”

    ecco volevo scriverlo io, anzi forse l’ho anche scritto in giro…

    ho seguito un po’ l’evento in streaming e ho apprezzato il riferimento agli user studies etc… ci sarebbe molto da fare, ma purtroppo mi sa che son finiti i soldi per ricerche che se fatte bene sono un po’ costose (se voglio fare uno studio su heat map – solo a titolo di esempio – mi serve chi sappia leggere i risultati, ma mi serve anche pagare il centinaio di utenti a cui si chiede di effettuare il test… o, se si ricorre a volontari, mi serve un esperto di statistica in grado di escludere correlazioni spurie che in ciò che riguarda il web e interazioni macchine-uomo possono essere devastanti… non a caso il 90% degli studi, anche nordamericano, che si basano su volontari o – peggio – su survey lanciati via mailing list sono fallatissimi)

  5. ArchiPierlu il said:

    ho seguito in parte l’evento fiorentino via streaming, e oltre che concordare in pieno con quanto scrive ArchiFede vorrei aggiungere un punto che a me sembra la chiave di volta: i software di descrizione archivistica (e di gestione delle attività che convergono sulla descrizione, diciamo così) sono tendenzialmente concentrati sulla fase di input, sull’aderenza agli standard, sulla resa corretta della complessa trama delle informazioni. Quando si parla di output, ci si riferisce alla visibilità delle descrizioni (inventari?) su hard copy (i famigerati pdf, doc, rtf etc.), o verso ambienti di tipo web, oppure infine (nel migliore dei casi) alla possibilità di esportare i sistemi di informazioni che si producono in modo tale che possano essere “caricati” in altri ambienti/piattaforme di comunicazione, se possibile facendo in modo che non si perda nulla della ricchezza e complessità di cui sopra. Quindi, alla fine, diciamocelo, si fan contenti soprattutto gli archivisti e gli esperti di “antiche magistrature” (Bonaini R.I.P.), che tali descrizioni saranno leggere, o i committenti che avranno sana vecchia carta piena di parole e cifre da mettere nei cassetti.
    Ma pensare all’output – mi pare – dovrebbe significare di più e meglio comunicare, chiarire, decodificare le descrizioni ad uso di utenti inesperti e indifferenti (beati loro) alle specificità delle logiche descrittive archivistiche. Perché l’esperienza di fruizione a distanza serva davvero a garantire da un lato accesso agli archivi reali, dall’altro supporto avanzato alle fasi di pre-selezione delle fonti e di articolazione delle ipotesi nelle ricerche storiche…
    Perché non si investono praticamente mai, salvo eccezioni nordamericane, un po’ di tempo e di risorse per chiedere agli utenti cosa capiscono e come usano le banche dati archivistiche comunicate tramite ambienti web? E se scoprissimo che non le usa quasi nessuno e quei pochi o sono archivisti, o sono frustrati?

I commenti sono chiusi.