ancora sulla riforma del MiBACT

Torno sulla proposta di riforma del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo del ministro Dario Franceschini, non perché mi appassionino particolarmente le riorganizzazioni ministeriali: non tengo il conto di quante ne ho viste passare da dentro e da fuori e ricordo bene l’atmosfera di panico e di semi-paralisi che suscitavano le anticipazioni. Un caso emblematico fu la riorganizzazione del ministro Rutelli, per la quale – dalla prima dichiarazione al compimento della riforma – passò un abbondante anno e mezzo, con effetti devastanti sulle iniziative dei dirigenti, sulla programmazione delle attività, sulla suddivisione dei capitoli di bilancio tra uffici di cui non si sapeva la durata nell’anno finanziario successivo.

Ci torno però perché ho realizzato solo ora che per gli archivi, al di là della paventata sovrapposizione tra Soprintendenze e Archivi dei capoluoghi di regione, di cui ho detto nel post precedente, si minaccia (ancora una volta) di sopprimere l’Istituto Centrale per gli Archivi. Ora, se c’è un ufficio che ha dimostrato – in soli sei anni di vita – di essere produttivo in termini di servizi agli utenti e di apertura del mondo archivistico al mondo contemporaneo, gestendo progetti complessi e controversi come il SAN, anche in raccordo con strutture universitarie ed altri istituti centrali del ministero, quello è proprio l’ICAR!

Mi chiedo allora, provocatoriamente e senza nessun riferimento ai dirigenti e ai risultati, se c’è l’ICAR (con una dotazione di personale che si conta con le dita di una sola mano), perché c’è stato in tutti questi anni un servizio studi e ricerche della direzione generale? Semplificare significa eliminare più possibile le sovrapposizioni e le ambiguità di funzioni che causano solo ritardi, quando non sprechi, e concentrare le poche risorse in poche strutture di cui sia chiara la mission, i poteri, gli ambiti.

E’ un errore umiliare chi si è tanto speso per costruire servizi, gettare ponti nazionali e internazionali, cercare di tenere insieme una comunità tanto centrifuga e individualistica come quella della cosiddetta amministrazione archivistica italiana. E farlo in un momento in cui si rischia ancor di più che nel passato di implodere (per l’impoverimento delle risorse, la vetustà delle competenze, con una spruzzata di buon vecchio conservatorismo italico) rende l’errore gravissimo, imperdonabile.

Che si aggiungerebbe alla mancata liberalizzazione della riproduzione per scopi di studio in archivi e biblioteche, grazie ad un emendamento dell’ultima ora che marca ancora una volta la separazione rispetto agli altri istituti della cultura e agli ormai noti fenomeni di social sharing (con dimostrati effetti di marketing), solo per salvare qualche briciola di entrate…

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